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Racconti dal lockdown

Racconti dal lockdown

Le chiusure imposte per fronteggiare l’epidemia da coronavirus in Italia hanno sicuramente salvato molte vite ma contemporaneamente hanno messo in ginocchio molti settori dell’economia. Tra i più colpiti sicuramente ci sono ristoranti, locali e strutture ricettive. Le Marche ovviamente non fanno eccezione ma in alcune aree delle province di Macerata, Fermo ed Ascoli Piceno l’emergenza attuale si somma a quella ancora in essere dal sisma del 2016 che aveva già complicato notevolmente la sopravvivenza di moltissime imprese legate al comparto turistico.

Sono molteplici i modi e gli stati d’animo con cui gli imprenditori locali stanno rispondendo a questa ennesima emergenza: c’è chi ha deciso per la chiusura totale e sta cercando di impegnare il tempo progettando il futuro, chi cerca di continuare a lavorare con le consegne a domicilio e chi ha parzialmente riconvertito la sua attività tra visioni pessimistiche e speranze.

Ecco alcune testimonianze dal territorio marchigiano:

Partendo da Recanati, cittadina a grande vocazione turistica dove ho avuto modo di confrontarmi con Mirko e Margherita, proprietari di un’osteria nel centro della cittadina: “Dovendo stare chiusi con il ristorante abbiamo deciso di ricominciare con la vendita di generi alimentari. Attività che avevamo abbandonato poiché completamente presi della gestione della ristorazione. Ora facciamo consegne a domicilio sia con il servizio rosticceria e gastronomia, sia con la macelleria, salumi e formaggi e generi vari. Stiamo accusando il colpo in maniera pesante anche perché gli ordini in una cittadina piccola come Recanati non sono molti. Il momento è difficile ma cerchiamo di resistere”.

A Macerata le cose non sono molto diverse anche se dopo un primo sconforto Giovanbattista e Netelia lasciano trapelare un velato ottimismo per la loro enoteca e wine bar: “Ci siamo trovati da un giorno all’altro senza il nostro lavoro, la nostra passione. All’inizio stentavamo a crederci, sembrava tutto un brutto sogno: chiudi alle 18 e ti svegli la mattina successiva ed è tutto finito. Invece no, dopo poco arriva il lock down totale e ti ritrovi come unica arma il delivery. Ci sono le incombenze solite, le bollette, l’affitto, il mutuo… Ma tu non hai più il tuo lavoro che, oltre ad essere una passione, porta liquidità per le scadenze fisse. Ci siamo rimboccati le maniche, non potevamo stare a guardare. Abbiamo deciso di partire con la consegna a domicilio quasi subito e a dire il vero il primo periodo non è stato facile. Per fortuna i nostri clienti ci hanno subito dato la voglia di continuare. Ora, a diverse settimane dall’inizio di questa nuova avventura, le cose si stanno piano piano assestando. Così cercheremo di tenere duro fino a quando non potremo popolare di nuovo il nostro angolino di Macerata”.

Letizia invece gestisce una storia trattoria cittadina insieme a fratello e sorella, le sue sono le parole di chi + provato da questa situazione ma cerca di resistere: “ Da quasi un mese fermi a casa, aspettando di tornare al lavoro. Pochissime idee sul futuro, soprattutto riguardo al servizio da rimettere in piedi. In attesa di disposizioni generali di sicurezza intorno alle quali poi inventarsi una ripresa.

Non appena sarà possibile lavoreremo noi titolari, lasciando a casa i dipendenti fino a quando ce ne sarà invece bisogno. Prevediamo scarsissima affluenza e pure il menù verrà ridotto in modo da garantire preparazioni fresche e rapide. Non pensiamo di aumentare i prezzi, anche se tra dispositivi di sicurezza, disinfezioni, riduzione dei tavoli e della clientela in generale, sarà dura restare a galla.

Confidiamo sulla clientela fidelizzata e sulla qualità dell’offerta.

Ci stiamo attrezzando per rafforzare il servizio da asporto ma vorremmo contribuire alla ripresa di una sana convivialità anche fuori casa, magari ampliando l’orario del servizio e favorendo le prenotazioni.

I sussidi, seppure indispensabili non potranno mai coprire la perdita. Si tratta di ricominciare, da qualche parte…”.

E poi c’è chi vive e lavora in montagna e si trova nel giro di 4 anni ad affrontare la seconda grave emergenza. Questa è la testimonianza di Andrea che con la sua famiglia gestisce una rete di rifugi e casolari sui Monti Sibillini: “Per noi, abitanti della montagna, il 2019 era stato il primo anno di vera ripartenza del turismo con buone presenze turistiche. Dopo tanti sacrifici e indebitamenti credevamo di riuscire finalmente a rivedere la luce. E invece dopo un inverno difficile per l’assenza di precipitazioni nevose è arrivato questo nuovo stop con le attività nuovamente chiuse. Ora stiamo facendo tantissimi sacrifici per poter sopravvivere senza entrate sperando che la clausura non duri troppo a lungo. Confidiamo anche nel fatto che al termine di questo brutto periodo i territori come il nostro potrebbero essere avvantaggiati per il tipo di ambiente, la serenità e la tranquillità che offre e soprattutto per la possibilità di stare all’aria aperta praticando tantissime attività. Per prepararci a questo stiamo impegnando il nostro tempo in lavori di sistemazione delle nostre strutture e di alcuni sentieri per permettere alle persone di stare all’aperto in tutta tranquillità. Non neghiamo che questo ennesimo colpo ci ha fatto vacillare ma alla fine penso che ogni generazione abbia conosciuto i suoi momenti bui. Mio padre ha fatto la guerra io il terremoto e il coronavirus. Spero che ai miei figli possa andare meglio”.

Anche lo Chef Enrico ha scelto di chiudere il suo ristorante gourmet a Isola San Biagio di Montemonaco: “Questa proprio non ci voleva. Da un anno avevamo riaperto il nostro locale dopo un periodo passato sulla costa e le cose stavano andando davvero bene e ora eccoci di nuovo chiusi. Qui non si può neanche pensare di consegnare i piatti a domicilio dato che il borgo in cui ci troviamo è quasi disabitato e anche a Montemonaco, dopo il terremoto, è rimasta poca gente. Così impegno queste giornate provando nuovi piatti e ricette, sperando di tornare prima possibile ad accogliere gente nel mio locale”.

L’ultima storia invece arriva da un piccolo borgo dell’Appennino Perduto, una zona bellissima e poco conosciuta dell’area montana stretta tra i Sibillini a nord e i Monti della Laga a cavallo tra i comuni di Roccafluvione e Acquasanta Terme. Una territori purtroppo fortemente spopolato già prima del sisma che rischia il definitivo abbandono. Qui Ombretta e la sua famiglia gestiscono il loro agriturismo che comprende un casale nel borgo di Forcella e un antico mulino ad acqua, Ombretta inoltre è anche la presidentessa di un’associazione che raccoglie numerose strutture turistiche nella zona montana delle province di Macerata, Fermo e Ascoli. “La nostra struttura è in parte inagibile a causa del terremoto e ora i lavori di ristrutturazione sono fermi per il coronavirus. Restiamo attivi con il mulino che però ha solo un appartamento da affittare. Abbiamo già richieste per il periodo estivo e speriamo di poter accogliere i turisti. Nel frattempo ci dedichiamo all’azienda agricola che per fortuna non si è mai fermata. La situazione è molto simile per tutti gli altri associati con cui sono costantemente in contatto e con i quali stiamo studiando la strategia migliore da adottare quando sarà il momento di ripartire. Questa nuova emergenza ci taglia un po’ le gambe ma con tanta passione e amore per questo territorio proveremo a resistere e a superare anche questa prova.”

Queste sono solo alcune testimonianze raccolte al telefono o via social ma rappresentano piuttosto bene la situazione complicata vissuta da tante aziende e tante famiglie del territorio marchigiano.

Luca Tombesi / I Racconti Dello Stomaco 

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