Un evento rivolto a tutto il pubblico sensibile e interessato alla natura e alla conoscenza delle realtà produttive del latte e formaggio.

info@caseificiagricoli.it

Seguiteci:

Il caso dell’alpeggio ossolano

Se ogni cultura casearia tradizionale presuppone un rapporto complesso tra civiltà rurale e ambiente naturale, a maggior ragione questo vale per le alpi ossolane, dove la produzione di formaggio d’alpeggio ha mantenuto nei secoli un altissimo livello qualitativo, assumendo nel tempo un effettivo valore simbolico e identitario. E questo per almeno tre motivi di fondo.

Le valli ossolane tra l’Anzasca e la Formazza sono zone in cui omogenee condizioni ambientali hanno storicamente favorito la foraggicoltura da pascolo o da prato perenne anche in modo predominante rispetto alle altre tipologie colturali. Un primato confermato dalla scarsa produzione di cereali limitati per lo più ai pochi mesi della segale. Come prima conseguenza diretta ne risulta un forte sviluppo dell’allevamento funzionale alla produzione abbondante di latticini e derivati (grassi e semigrassi, burro e ricotte).

Le stesse regioni alpine sono però state interessate, a partire dall’anno mille, dalle grandi politiche espansionistiche dei monasteri a cui si sono adeguate anche le aristocrazie locali, che nel trascorrere di due secoli hanno trasformato radicalmente il paesaggio antropico inventando, di fatto, una cultura dell’alpeggio inedita e tutt’oggi ancora praticata.

Sfruttando il periodo di optimum climatico dei secoli X-XII i monaci spinsero l’uomo (nella fattispecie le popolazioni coloniche walser stanziate nell’alta valle di Goms) ad avventurarsi e colonizzare stabilmente quelle vaste porzioni di montagna incolta oltre la fascia altimetrica dei mille metri, prima frequentata sporadicamente da pastori nomadi dediti al pascolo estensivo dei piccoli allevamenti di fondovalle. Questa sistematica opera di promozione, acquisizione e accorpamento di patrimonio fondiario in quota rientrava in un grande disegno strategico che aveva come obiettivo la civilizzazione dell’alta montagna e come strumento fondamentale per conseguirlo lo sfruttamento intensivo e razionale dell’alpeggio inteso, d’ora in poi, come insediamento permanente e luogo di produzione di ricchezza non più funzionale e subordinato alle aziende rurali di pianura.

Gli effetti positivi, immediati e di lunga durata, di tale dinamismo politico/culturale sulla produzione casearia furono fondamentalmente tre: l’emergenza di ceti alpigiani altamente specializzati a cui vengono riconosciuti prerogative giuridiche fortemente incentivanti (l’affitto ereditario perpetuo dei beni, in primis); l’incremento selettivo dell’allevamento del bestiame e il miglioramento della qualità e della conservabilità del formaggio, che permetteva di sottrarlo all’economia ristretta della sussistenza per inserirlo nelle reti lunghe dell’economia di scambio tra le città del centro-europa e quelle della pianura padana.

Il fatto che ancora nel 1800 e poi ancora fino ai giorni nostri, le stesse zone alpine fossero riconosciute e apprezzate dal nascente turismo internazionale (Val Formazza = Val Formaggia, si diceva) non deve quindi sorprendere poiché, qui come altrove nelle alpi, grandi formaggi non nascono dalla moda o dal marketing se non hanno alle spalle una storia culturale materiale conosciuta, rispettata, valorizzata.

Ovviamente il sistema d’alpeggio e i suoi attori (produttori, casari, esperti locali, guide escursionistiche/turistiche) – qui come altrove – possono promuoversi efficacemente, offrendo un’esperienza autentica capace d’attrarre l’intelligenza e il gusto del turista più attento alla ruralità. Tutti però – ognuno come sa e come può – devono essere consapevoli testimoni di questa storia.

© Luigi Ranzani

Siamo spiacenti, il modulo di commento è chiuso in questo momento.