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Anche la spesa dal contadino combatte il cambiamento climatico

Tutto è connesso: le nostre azioni quotidiane hanno un impatto sul sistema in cui siamo immersi, le scelte alimentari che facciamo influenzano l’ambiente che ci circonda e il cibo ha un ruolo fondamentale nel disegnare il futuro del pianeta.

 

La produzione alimentare rappresenta infatti più del 30% del totale delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera, superando ogni altro comparto.

Se da un lato la consapevolezza di questa situazione si sta diffondendo in maniera trasversale, non è affatto immediato tradurla in comportamenti e azioni pratiche.

Le analisi qualitative sono fondamentali per inquadrare un problema e capirne la complessità, ma per poter decidere quali soluzioni adottare per arginarlo bisogna necessariamente lavorare su dati chiari e incontrovertibili.

Cosa significa dire che mangiare locale e di stagione è più sostenibile? E che la produzione di piccola scala è amica del clima? Aldilà del gusto, perché preferire un formaggio di malga a uno industriale? È davvero così rilevante al fine di mitigare questo preoccupante innalzamento delle temperature?

Agli scettici che sostengono l’inesistenza del cambiamento climatico e ai cinici disfattisti che non vedono soluzioni possibili, uno studio realizzato da Slow Food insieme al prezioso supporto scientifico di Indaco2, spin-off dell’Università di Siena (dal 2013 svolge analisi su alcuni prodotti per misurare, con parametri scientifici universalmente accettati e applicati, il loro carbon footprint e, di conseguenza, il loro impatto sull’ambiente), offre un nuovo punto di vista che evidenzia in maniera chiara e misurabile quanta differenza faccia la scelta di un sistema produttivo rispetto a un altro.

Presi in considerazione il ciclo di vita di sei prodotti alimentari provenienti da filiere virtuose e confrontati con analoghe produzioni industriali, i dati ottenuti parlano chiaro: in tutti i casi analizzati le differenze tra le emissioni prodotte sono significative, superiori cioè al 30% e in alcuni casi, come in quello del Presidio Slow Food del Macagn (un formaggio d’alpeggio), pari all’83%!

Per rendere il risultato più comprensibile, la CO2 emessa durante i processi produttivi è stata comparata con le emissioni generate da un tragitto in auto, espresso in chilometri percorsi.

Nel caso del formaggio di montagna a latte crudo, ad esempio, il risparmio di CO2 a confronto con la produzione di gas serra di un caseificio industriale, corrisponde alle emissioni di un’auto che percorre 10 volte la distanza che c’è tra Singapore e New York, ovvero più di 150.000 chilometri (per un totale di 1035 tonnellate di anidride carbonica risparmiata al nostro pianeta).

Un lavoro che dimostra che – come sosteneva l’economista Schumacher già negli anni ‘70 – “piccolo è bello”, non solo dal punto di vista etico e politico, ma soprattutto ambientale.

Non c’è più spazio per chi sostiene che il cambiamento climatico non esiste, perché oggi non solo possiamo affermare con sicurezza scientifica la sua veridicità, ma possiamo anche dimostrare come non si tratti di un concetto astratto e lontano dalla gente comune, bensì di un problema la cui soluzione si cela nella quotidianità di ognuno.

Così, fare la spesa in un mercato locale, scegliere prodotti artigianali, leggere meglio le etichette, mangiare meno carne e prediligere varietà autoctone non è un qualcosa da “gastrofighetti” o da gente estremista, al contrario rappresenta l’unico modo giusto di stare al mondo, “buono per il pianeta e buono per la nostra salute”.

Fin tanto che i report sul clima saranno allarmanti e ci parleranno delle conseguenze catastrofiche che le attività umane stanno avendo sul nostro pianeta, siamo tutti chiamati a porci le domande giuste e mettere in atto le soluzioni che in parte abbiamo già trovato.

Non a caso l’ultima campagna di azione di Slow Food si chiama #FoodForChange (Cibo per il Cambiamento) e vuole coinvolgere i cittadini nel modificare le proprie abitudini alimentari (senza stravolgerle) di ogni giorno e di comunicarlo al mondo. Perché se è vero che i nostri comportamenti possono fare tanto, l’obiettivo ultimo deve essere comunque quello di smuovere una volta per tutte chi è deputato a prendere le decisioni collettive.

Solo con la sinergia tra azioni individuali e politiche pubbliche si può dare una risposta credibile al cambiamento climatico e dunque un futuro alla nostra specie su questo pianeta.

Carlo Petrini

da La Repubblica del 17 ottobre 2018

fonte: SLOW FOOD ITALIA ©

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