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Alpeggio e Turismo / seconda parte

L’alpeggio non è (SOLO) quel luogo dove d’estate si fa e si vende formaggio. Sembra paradossale, sopratutto per coloro che effettivamente hanno aziende che praticano la monticazione e che nella vendita del prodotto d’alpeggio hanno il maggior ricavo. Eppure, proprio per loro, dovrebbe essere ben chiaro che la realtà dell’alpeggio non può essere ridotta allo scambio economico tra produttore locale e consumatore/turista. Sia perché l’alpeggio è un bene complesso, materiale e immateriale, sia perché quella complessità deve essere riconosciuta, apprezzata e valorizzata per poter agire proprio sul valore di scambio della merce (il formaggio) che lì si produce. In altre parole se il tuo formaggio in qualche modo non riesce a “esprimere” tutta la ricchezza culturale dell’alpeggio difficilmente il suo valore (economico) potrà accrescersi e venire giustamente riconosciuto dal consumatore.

E sarebbe davvero un’occasione perduta, perché i tempi sono (da un po’) maturi per un incontro nuovo e positivo tra produzione rurale e consumo consapevole.

Anche perché la vita dell’alpeggio non può astrarsi da un paesaggio culturale dentro il quale abitare, costruire e produrre ricchezza sono una cosa sola con la salvaguardia di quel paesaggio.

La stessa conservazione del carattere tradizionale dei sistemi d’allevamento e di caseificazione non deve essere giudicata sospettosamente come una forma di mera resistenza. Tutto il contrario. L’alpeggio tradizionale funziona in realtà come un attivo laboratorio di confronto sperimentale tra conoscenze e sapienze ereditate che dovrebbero aumentare (anziché deprimere) la capacità di selezione critica nei confronti dell’adozione di comportamenti e di modelli, sia economici che produttivi, estranei alla condotta tradizionale, ma traducibili e interpretabili dentro la cultura dell’alpeggio

A volte è proprio il produttore a scontare un ritardo rispetto alle aspettative di chi (turista) che si avvicina all’alpeggio già consapevole della diversità – d’ambiente, di prodotti, di cultura – che questa realtà rappresenta. Si tratta di una predisposizione positiva da parte del consumatore sulla quale è giusto che chi produce ne prenda consapevolezza e si metta in sintonia, per evitare delusioni e disaffezioni. Infatti il consumatore cittadino vede l’alpeggio come il prolungamento o il completamento di uno stile di vita più salutare e autentico, non solo, ma spesso associa l’alpeggio a una “riserva di valori” (sostenibilità, genuinità, artigianalità) già perseguiti – per vie e con soggetti diversi – nella quotidianità metropolitana (gruppi di acquisto solidale, spesa amica, piccoli produttori, biologico etc.).

Tanto più che nell’omologazione pressoché compiuta di luoghi e culture, dove anche la fruizione turistica tende ad appiattirsi su pratiche intercambiabili agite su di uno sfondo sempre più insignificante, se non degradato, una realtà differenziata e territorializzata come l’allevamento e la produzione casearia di montagna segna un’importante differenza, una riserva di senso, oltre che di sapori, che ha da tempo risvegliato l’attenzione di un turismo consapevole, acculturato, alla ricerca delle “autenticità” e delle peculiarità, in senso ampio, culturali.

Con queste premesse l’alpeggio si fa grande e debole. Grande perché le aspettative sono alte ed esigenti; debole perché la soddisfazione di queste domande passa attraverso la reinvenzione del proprio ruolo sociale e della propria biografia: non si tratta di trasformarsi in figuranti, ma di immaginare l’alpeggio come un luogo cardine dell’infinita mediazione tra la natura e la sua rappresentazione. Anche perché non c’è albergo delle alpi che non poggi sulla pietra di un alpeggio.

© Luigi Ranzani

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